CASA CREANTE: un racconto trentino di Romano Angelo Sartori

Postato in eventi in Trentino

Riceviamo e pubblichiamo un racconto di Romano Angelo Sartori, ambientato a Trento, per la sua serie SVR (SoloVeriRicordi)

 

CASA CREANTE

 

Scritto al presente, vissuto in passato.
Trento, Largo Nazario Sauro 34.
Entro nel giroscale ed è odorino d’antico. Ovvio, è un vetusto condominio del centro storico. Sgangherate e varie le scale che portano all’alto.
Al quarto e ultimo piano, la mia porta. Una cordicella pende da un buco. Tiro. Dleg!
Ops, è casa mia, ho la chiave. E’ che mi piace assaporare tutte le particolarità della mia prima maison, affittata a mo’ di garçonnière con i primi soldi del primo lavoro.
Apro. Sulla sinistra c’è un minuscolo ambiente separato con una vetrata azzurra dalla stanza più grande. In mezzo al piccolo spazio, una sedia a dondolo in bambù. Accanto, una colonnina di legno regge un libro dalla nobile rilegatura: Charles Baudelaire: Les Fleurs du Mal.
Coloro, tra le mie amiche, che superano un esame di ascolto, ovvero che qui accettano di sentire in silenzio qualche pagina del poète maudit, possono accedere all’ambiente successivo. Agli amici maschi, per una maggiore rudezza di rapporto, non lo chiedo.

Immaginando che le mie lettrici abbiano superato la prova d’ascolto, entriamo nella stanza vera e propria. Abbiamo in un angolo due materassi di gommapiuma a terra con rispettivi sacchi di iuta riempiti di polistirolo a mo’ di schienali (due per materasso). All’angolo opposto una stufa di ceramica a legna o carbone. Verso il centro della stanza un tavolino basso con due cuscini a terra. Lungo una parete, un armadio a muro.
(Bisogni fisiologici potranno trovare sollievo in un cesso situato sul terrazzino di legno).
Le pareti e il soffitto sono in gran parte ricoperti da fogli di carta in formato A4, ognuno contenente una scoperta filosofica o un’annotazione poetica o uno “scarabocchio immediato”.
Com’è lo scarabocchio immediato? E’ ottenuto con un movimento di pennarello velocissimo e incontrollato sul foglio, il cui risultato è a volte interessante e ispiratore.
Quanto alle scritte sui fogli, eccone una:
“E’ GIA’ TROVATO”.
Vale a dire che la consapevolezza essenziale non va cercata in contenuti che vengono da fuori ma si trova già dall’inizio in colui che conosce. Che è poi la sostanza dei libri sapienziali a orientamento meditativo.

In questa stanza si svolgono “tranches de vie”, di cui riporterò alcuni esempi.

1) Trasformo alcune poesie di Baudelaire in canzoni accompagnandole con la chitarra, cantandole con il baluginare del fuoco dalla stufa. Tutto è bene ciò che si canta bene.
2) Studentesse del vicino Conservatorio vengono ascoltate suonare il loro strumento, perlopiù il violino, torreggianti nella loro virtù musicale e corporea in mezzo alla stanza, mentre ascoltatori le adorano sdraiati intorno. In questi casi, i fiori completano la mise en scène.
3) Due ragazze spogliano di brutto il padrone di casa (me), stuzzicandolo e mollandolo poi all’improvviso dopo avergli detto che ha un bel corpo, e inviandogli la eco delle loro larghe risate dal giroscale, mentre abbandonano senza scrupoli il luogo del misfatto.
4) Un professore di lettere si innamora del padrone di casa, che lo ha invitato senza sapere di suscitare tale desiderio. Gli legge poesie autobiografiche dedicate a dei ragazzi. Il padrone di casa, non tanto intuitivo, stenta a capire l’allusione omosessuale, il che costringe il professore a fare più chiaramente outing, gettando l’altro in un gravissimo imbarazzo, visto che non sente di poterlo seguire in questo campo.
5) Nell’aria aleggia un certo odore di cuoio lavorato. Ho concesso all’industrioso amico “Paja” (così chiamato per i capelli biondi dall’aspetto stopposo) di usare la garçonnière per la sua lavorazione delle cinture di cuoio. Quando il Paja va via nasconde tutto sotto i cuscini. (Fino al giorno in cui rovescia il barattolo del colore sulla moquette, causando ira funesta e cacciata ignominiosa).
6) Accade uno dei misteri insoluti della mia vita. Entro e vedo sul tavolino una musicassetta con una musica stupenda, ipnotica e trasformativa che uso tuttora, a distanza di decenni, nel corso di olodanza. E’ quella che ho chiamato FLY. No, il Paja non frequenta ancora la casa; solo io ho la chiave.
E’ possibile che un ladro vi sia penetrato e, scosso e commosso per non aver trovato nulla di cui impossessarsi, mi abbia lasciato una sua musica prediletta? E’ bello pensarlo, ma inverosimile.
E’ un piccolo ma pregnante mistero che getta uno sprazzo di gratuita bellezza nell’intero impianto esistenziale.

Ma la cucina, dov’è la cucina?
Devo tornare sul giroscale, scendere cinque gradini e aprire la porta di fronte per poter contemplare, qualche altro gradino sotto, un locale sui generis: all’incirca uno spazio di m 5x5x4 con due finestre in alto, inattingibili dallo sguardo. Cioè, non puoi “guardare dalla finestra”, ma solo “guardare la finestra”, lassù. Se la vuoi aprire-chiudere-pulire devi andarci con la scala.
E’ irrazionale, e l’unica spiegazione potrebbe essere che questa parte dello stabile si trova incastrata tra altre due, con piani di altezze diverse, che le stanno appiccicate, con le quali ha in qualche modo dovuto fare i conti. Roba da medioevo, insomma, e non è un modo di dire, perché il tutto potrebbe risalire al medioevo, o giù di lì.
Ma per la mia bisogna è perfetto. Il mio intento, qui, non è mangiare ma giocare, quindi mi basta che la luce provenga dal cielo e ne attesti la mutevolezza. A me basta poter creare qualcosa che sia degno di venirne illuminato. Non devo guardare la strada, ma tracciarne una.

Cosa sto vedendo, qui ed ora? Tutto il pavimento è coperto di carta in due forme: cartoncini bristol e giornali (in forma normale e accartocciata). Su un lato della stanza si allineano barattoli di vernice e bombolette spray di colore. L’odore della vernice impregna l’aria. I bristol pitturati si stanno asciugando.
Pennelli però non ce ne sono.
Allora come li pitturo?
Appoggio il foglio, preferibilmente giallo o nero, sul pavimento. Apro i barattoli.
Lascio che i colori scelgano dove andare. Quando me lo fanno sapere, faccio cadere delle grosse gocce sul foglio. Poi le faccio scorrere, seguo lo spunto, con carta accartocciata a mo’ di timbro diffondo le macchie…
ma non voglio fare una cosa astratta, no, non mi piace quello;
deve venirne una faccia della natura, perlopiù bosco, con profondità, sfumature, risonanze; o campo di erbe o grano, e gli steli saranno ottenuti con scudisciate di rametti lunghi e lisci, e qualche papavero trasparirà stretto tra gramigna ed avena.
Ma amo anche il tema del muro di cinta da cui trabocca un giardino in rigoglio; quanto più duro e ostile il muro (stampato con blocchetti di legno impregnati di vernice) tanto più provocante la vegetazione che rivela l’effervescenza vegetale che esso trattiene.
A volte carta-mani-colore si incontrano e fanno sprizzare il bello; a volte, che schifo! Tengo il poco che mi convince, butto la maggior parte.
Altro modo di estrinsecare la natura del colore è sovrapporne diverse grandi macchie contrastanti, lasciando che si infiltrino reciprocamente, e questo avviene in modo automatico, sorprendente, avvincente. E’ come essere accompagnati in un micro-mondo alieno.
Poi l’opera deve asciugare a lungo, a lungo…

Ma qui anche altri bristol si stanno asciugando: quelli spruzzati. Però non è possibile spruzzare vernice in un locale chiuso.
Infatti questo avviene in un altro luogo di mia pertinenza.
Risaliamo i gradini della cucina pittorica riportandoci sul giroscale e saliamo le scale di legno fino a un terrazzino isolato, che fa da copertura a un minuscolo locale.
Sulla porta della stanzuccia spicca un targa rossa, con la dicitura EROS LAB.
“EROS LAB”?
Un giorno una coppia di amici amanti, cioè amici miei e amanti tra di loro, scoperta l’esistenza di questa cellula edile sospesa tra terra e cielo, l’hanno ritenuta sede ideale – non avendo di meglio – per approfondire la loro intimità. A me non serviva, e per principio voglio favorire l’amore in ogni possibile modo: ho detto di sì. E’ come una matrioska d’amore: una garçonnière che ne racchiude un’altra.
Sul terrazzino dunque puoi spruzzare vernice, e subito si disperde. Il cartoncino è giallo, la vernice blu.
Lungo un bordo disponi le forme che vuoi.
Per esempio, taglia una pera in due; prepara un fondo d’erba, metti una mezza pera in piedi e l’altra inclinala e appoggiala alla prima. Preparato un ampio fondo di giornali per non rovinare il pavimento, spruzza la vernice sul cartoncino. Risultato: quando vengono tolti la pera e l’erba reali ne resta l’impronta in giallo e il resto sarà cielo. Sarà “Pere Affettuose nel Blu”.
Sciocchezzuole. Spensieratezze. Ma è disdicevole, una volta “liberata la mente” farvi volare qualche delicata fantasia? Indugiare su semplicità colloquianti di forme e colori?

E poi, quest’arte di farsi da parte perché accada la forma/colore può avere anche applicazioni sociali.
Ecco come, per esempio.
Io insegno a scuola. Un lavoraccio, ma qualcuno deve pur farlo.
Sto di fronte a una classe di diplomande magistrali. Leggo qualche poesia di Jacques Prévert e il suo testo della canzone “Le feuilles mortes”.

Moi je voudrais tant que tu te souviennes
Des jours heureux où nous étions amis.
En ce temps-là la vie était plus belle,
Et le soleil plus brûlant qu’aujourd’hui.
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Les souvenirs et les regrets aussi,
mais mon amour silencieux et fidèle
sourit toujours et rémercie la vie…
__________________________________

Oh, vorrei tanto che tu ti ricordassi
Dei giorni felici in cui eravamo amici.
A quei tempi la vita era più bella
E il sole più brillante di oggi.
Le foglie morte si raccolgono con la pala,
così come i ricordi e i rimpianti,
ma l’amor mio silenzioso e fedele
sempre sorride e ringrazia la vita…

Gliela canto, la canzone, alle ragazze della IV B. Gentili, applaudono.
Ringrazio, le guardo; e guardo la parete sullo sfondo.
- Ma profe, è triste?
- Triste? No. Cioè sì… C’è una cosa che mi rattrista, in questa classe.
- Cosa?
- Quello che voi non vedete.
- Non vorrà menarcela che gli studenti non capiscono niente, mentre voi…
- Ma no, ho detto “quello che non vedete”. Cosa state vedendo?
- Vediamo lei, profe, che oggi è un po’ strano.
- Bene, io vedo voi, le mie sbruffoncelle… e quello che sta sopra di voi.
- Ideali, scopi di vita, conoscenze?
- No, un muro vuoto.
- L’ottusità dei giovani?
- Come siete mentali… Parlo di quella parete di sfondo dietro le vostre teste, così brulla, così vuota, così biancastra, così indifferente. Indegna delle emanazioni di intelligenza e delicatezza che sono vostre. E’ lei che mi svuota lo sguardo e mi affligge quando sono qui.
- Ci mettiamo un manifesto del “Che”?
- Mmm… sempre il Che… Mettiamoci le foglie morte.
- Come?
- Le foglie morte.
- Ci vuole incollare delle foglie?
- No, voglio prendere un appuntamento con voi.
- Profe! Lo sa che non si fanno queste cose?
- Si fanno, se lo scopo è bellezza e invenzione.
- Ma cosa vuol fare di preciso?
- Troviamoci al Parco di Gocciadoro oggi alle quattro e lo saprete.
- Ma per cosa?
- Non se ne fa niente se non vi fidate. Di me e delle foglie.
Parlottano tra di loro.
- Va bene, profe, può venire un gruppo di noi.
- Perfetto. E… pronte a menar le mani.
- Eh? Una scazzottata?
- Nah! Movimenti d’arte!
Suona la campanella. Tempestiva!
- Allora, alle quattro. Danzanti!
Sarò troppo strano? Mi sto giocando la reputazione? Se mai ne avessi una, non ci ho mai badato e continuerò così.

Più tardi misuro la larghezza della parete da decorare: 6 metri. Servono 12 cartoncini 50×70 gialli e alcune bombolette spray di vernice blu.
Con questi mi reco all’appuntamento. Abbondano le foglie a terra, a Gocciadoro. Specialmente le splendide sagome di quelle di platano.
Le ragazze sono di parola, arrivano puntuali. Ci dedichiamo subito al lavoro.
Formata, accostando i cartoncini, una striscia di 6 metri per 70 centimetri, disponiamo le foglie in modo che, crescendo dal lato basso, vadano a formare una base soffice e mobile, come se fosse un tappeto di foglie mosse dal vento.
A questo punto, mano allo spray. Il tutto viene meticolosamente ricoperto dallo spruzzo blu, in modo che il cielo diventi lo sfondo del commovente tappeto di natura autunnale.

Il giorno dopo il grande pannello viene appiccicato al muro della IV B con 92 puntine.
Sembrano tutti soddisfatti quelli che bazzicano la classe: anzi dicono le ragazze che il nostro sguardo – di profe – si è reso più morbido.

Questa è un’emanazione di CASA CREANTE, della leggera vertigine di seguire le forme ed esaltare i colori.
Olè!

 

Biografia:

Romano-Sartori_min Romano Angelo Sartori ha passato la giovinezza a Trento e ha poi soggiornato per 27 anni in Toscana, tornando poi indietro perché “i cipressi sono insulsi pennacchi” mentre “gli abeti sono alberi maestri” e perché i ciclamini toscani non hanno profumo. Ha passato buona parte della sua vita facendo il prof di lettere alle superiori e, approfittando di una certa disponibilità di tempo che una volta questo mestiere lasciava, si è buttato su varie sperimentazioni: poesia, scrittura, teatro, canto, sviluppo umano… Grazie a un certo giro di studi ha soggiornato per diverso tempo nell’Albo Psicologi Toscani, uscendone per lo sgradevole burocratese che vi allignava. Ora sarebbe Counselor Olistico, ma la cosa gli garba poco. Ma ciò che lo rende orgoglioso è di aver creato, o perlomeno organizzato, il metodo di danzaterapia che va sotto il nome di Olodanza. Ha pubblicato “Olodanza, l’energia liberata” per l’Istituto di Scienze Umane di Roma. Ha pronto “Olodanza e Vita” e potrebbe anche decidersi a pubblicarlo. Il gusto di raccontare la propria vita a sprazzi, con il marchio SVR SoloVeriRicordi, gli è venuto da pochi mesi. Chi fosse interessato a leggere i suoi racconti autobiografici può usare questi recapiti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o 380-7324971

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