NINO MIGLIORI – il fotografo “informale”

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“ … mi piace dire ai giovani di essere curiosi, di esplorare e di cambiare in continuazione. Buttate quello che avete fatto ieri e cercate ogni giorno qualcosa di diverso …”

600 nino migliori

Generalmente quando nel mondo delle arti visive e in particolare in quello della fotografia si parla di un autore, si tende a classificarlo in una determinata categoria, categoria da intendersi non esclusivamente di “genere” – che dire altrimenti dei tanti fotografi, capisaldi della storia della fotografia, che nel loro iter sono passati dall’istantanea al ritratto, al reportage e via discorrendo? – ma anche categoria di “contenuti”.

Il farlo mi ha sempre creato non poche difficoltà in quanto proprio i fotografi fanno parte di una categoria che è già stata definita un po’ esoterica. Esiste da sempre il fotografo dilettante, il professionista, il fanatico della tecnologia (che al cospetto di una immagine la prima informazione che chiede all’autore è la marca dell’apparecchio che ha usato), chi invece è interessato all’essenza della foto e il “purista” che piuttosto che fare correzioni con interventi in fase di post-produzione rinuncia alla stampa e archivia il file o il negativo. Esiste anche il cultore della perfezione della stampa fine art che si lascia distrarre dal risultato visivo e sottovaluta a volte l’anima dell’immagine e, per contro, il “concettuale nato” che mette in secondo piano l’aspetto palpabile dell’immagine. C’è anche, e non per ultimo, chi non mi stancherò mai di definire il fotografo perfetto ma, ahimè, difficile da incontrare: colui che riesce a racchiudere in una sola immagine i tre requisiti indispensabili per ottenere la foto perfetta, merce abbastanza rara. Sto parlando del contenuto estetico, concettuale ed esecutivo. Insomma, una Babele di categorie che disorienta!

 

Con questa premessa, parlare di Nino (Antonio) Migliori, nato a Bologna nel 1926, mi crea non pochi problemi di classificazione. Dopo essersi avvicinato alla fotografia con una particolare etichetta neorealista di racconto in sequenza e una di sperimentazione sui materiali, Migliori con le sue “Ossidazioni” e  “Pirogrammi”,  ha sviluppato un percorso interessante e di tutto rilievo nella corrente dell’informale europeoche tenderà poi alla fine degli anni Sessanta ad assumere valenza prevalentemente concettuale. Siamo negli anni Quaranta, gli anni del realismo, ed è proprio in questo periodo che Migliori inizia le sue sperimentazioni: i Muri, gli interventi sulle pellicole e lastre con incisioni, l’uso della luce di un fiammifero per impressionare il negativo (i Pirogrammi appunto) e i disegni sulla carta fotografica con i liquidi della camera oscura (le Ossidazioni). Osservando le sue immagini si può anche capire senza alcun dubbio che, come lui stesso ha sempre affermato, non è un feticista della macchina ma, per contro, considera questo feticismo addirittura una cosa ridicola e superata. Le sue fotografie sembrano scattate da una persona che si sta divertendo e che preme l’otturatore con noncuranza senza troppo cerimoniale e dando più peso a ciò che vede il suo occhio fotografico piuttosto che a ciò che vedrà quello dei fruitori dell’immagine.

Ecco perché penso che, se proprio vogliamo dare a lui un’etichetta, Migliori mi sembra più un fotografo concettuale che altro. Una concettualità però, in questo caso, del tutto particolare, in quanto intesa come il portare avanti non solo l’esplorazione sulle possibilità creative del mezzo usato, ma anche come la capacità di indagare, sempre in modo sperimentale, i rapporti tra occhio tecnologico, il mondo e la pittura. Mi sento di affermare che la macchina fotografica nelle sue mani specula e non rispecchia. Ne sono dimostrazione le sue immagini di manifesti strappati come collage non intenzionale (i muri sbrecciati appunto), i graffiti ed altre manifestazioni di paesaggio urbano imperfetto che sfuggono all’occhio non allenato ad osservare.

 

La sua è una fotografia informale ispirata senza ombra di dubbio al modello pittorico: ne sono dimostrazione le sperimentazioni tecniche fotografiche finalizzate al raggiungimento di effetti visivi simili ad un quadro informale. Alcune sue immagini di muri semi distrutti e consunti rimandano al famoso ready made di Duchamp ed altre invece alle sperimentazioni, che definisco “visive”, dei primi dadaisti ed in particolar modo dei rayogrammi di Man Ray. Ecco perché Migliori è riuscito a raggiungere in fotografia gli stessi effetti informali che già da tempo erano stati presentati dai pittori.

Questo risultato però, e sto parlando delle muffe, delle scrostature dei muri e delle crepe, naturali o volute su di essi, di evidente connotato pittorico, se da un lato raggiunge indubbiamente un aspetto esteriore piacevole a vedersi, per contro mi permetto osservare che non contribuisce a dare alla fotografia, da lui così intesa, una propria autonomia che la collochi in un posto ben definito nel mondo delle arti visive. Autonomia e distacco dalla pittura tanto cercato fin dal lontano 1839, anno della sua nascita, che è stato motivo di “conflitto” tra le due arti per tanti anni. Ma questo argomento, che mi ha sempre appassionato, mi riprometto di trattarlo in un nostro prossimo incontro.

 

Tutte queste considerazioni mi portano alla conclusione che a Migliori la definizione di fotografo, intesa nel modo tradizionale del termine, va sicuramente stretta. Lui ha il merito di considerare la fotografia alla stregua della grafica con un occhio di riguardo ai suoi modi di produzione ed alle sue infinite possibilità creative e produttive.

 

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